Come gestire le foreste italiane?

Perché le nostre foreste sono poco utilizzate? Per la particolare morfologia dei terreni forestali, la frammentazione fondiaria, investimenti infrastrutturali molto ridotti, procedure complesse per le autorizzazioni al taglio. Per questi motivi l’Italia ha perso capacità competitiva nei processi di produzione di legname rispetto ai paesi esteri, e l’aumento delle importazioni forestali è stato inevitabile (tra cui una componente, stimata dall’Unione Europea del 20%, di provenienza illegale che ci carica di gravi responsabilità nei processi di deforestazione e degrado forestale in altri paesi).

Nei nostri boschi è sempre meno frequente il taglio destinato a prodotti con elevato valore aggiunto, come nel caso di prodotti per l’edilizia, arredi e mobili mentre  negli ultimi 20 anni è andato aumentando progressivamente l’utilizzo della legna per uso energetico, per lo più per far fronte alle esigenze del quasi il 15% delle famiglie italiane che utilizzano biomasse di origine vegetale come principale fonte di riscaldamento domestico. Questi due trend sono esattamente l’opposto di quanto sarebbe opportuno e desiderabile: una selvicoltura multifunzionale (cioè finalizzata ad avere boschi con composizione di specie simile a quelle delle condizioni naturali, gestiti su turni lunghi, con piante di età diversa) in grado di produrre servizi ambientali e legname di pregio e quindi di remunerare adeguatamente i gestori dei boschi e non una selvicoltura volta a produrre, in tempi previ, legname di basso valore commerciale. Di biomasse legnose a basso prezzo abbiamo grande bisogno (l’Italia è il più grande importatore al mondo di legna da ardere) e ne avremo sempre più bisogno se volgiamo realmente raggiungere l’ambizioso obiettivo di decarbonizzazione dell’economia che implica produrre bio-plastiche, bio-tessili, bio-farmaceutici, bio-carbuanti, …), ma la biomassa dovrebbe derivare dagli scarti delle lavorazioni del legname di pregio e dal riciclo dei prodotti post-consumo, più che direttamente dai boschi. Questo è il significato del principio della produzione di biomassa “a cascata” che viene proposto dalla Strategia forestale dell’Unione Europea.

La ferita di Vaia come stress test

Per certi versi Vaia può essere considerato uno stress test per le foreste italiane. L’esperienza di Vaia, infatti, è stata una opportunità per verificare la capacità di risposta del sistema. Tale risposta è stata tanto più significativa in quanto il nord-est italiano è il territorio con i boschi economicamente più produttivi, in misura significativa soggetti a regolare pianificazione, anche perché tradizionalmente gestiti da amministrazioni che sono o sono state fino al recente passato dei modelli di riferimento su scala nazionale.

La ferita di Vaia in 5 regioni diverse

Va ricordato che le condizioni di partenza nei 5 contesti amministrativi erano e sono abbastanza diversificate, per strutturazione della pubblica amministrazione e della relativa spesa pubblica e per organizzazione del settore industriale della prima lavorazione. Vi sono infatti poche e relativamente piccole segherie in Veneto e Friuli-Venezia Giulia, una ventina di segherie in Lombardia in gran parte collegate all’offerta di tondo svizzero, diverse segherie specializzate nel settore imballaggi in Trentino e un’ampia diversificazione delle imprese di lavorazione industriale in Alto Adige.

In effetti come ricordato in Vaia, pandemia e scarsa governance del mercato del legno, i risultati di questo stress test sono inferiori a quello che si poteva e doveva fare per regolare al meglio il mercato del legname.

Quale lezione per le politiche nazionali?

Per un paese come l’Italia con limitata capacità di produzione di materie prime ma che è al contempo il primo importatore dell’Unione Europea di legname grezzo e semilavorati, sarebbe fondamentale migliorare le condizioni dell’offerta interna: professionalizzazione degli operatori forestali, trasparenza del mercato e semplificazione delle procedure amministrative, contratti pluriennali di vendita dei lotti boschivi, accordi di filiera e, in genere, integrazione delle imprese. La Strategia Forestale Nazionale approvata in sede tecnica nel giugno 2021 e attualmente in fase di approvazione finale da parte delle autorità centrali dello Stato, offre un chiaro inquadramento di queste politiche chiamando le istituzioni a quella capacità di leale collaborazione che, oltre ad essere un principio del Trattato sull’Unione Europea (art. 4) e della Costituzione italiana (art. 120), è anche un vincolo fondamentale per il successo di politiche di filiera. Questo è tanto più vero in un settore economico dove le istituzioni pubbliche sono proprietarie di una parte significativa delle foreste e hanno una forte capacità e responsabilità di regolamentazione delle attività economiche.

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