I cambiamenti “invisibili” del paesaggio

I cambiamenti “invisibili” del paesaggio

Osservare i paesaggi

Paesaggio è ovunque noi siamo. Paesaggio è ciò che siamo, nel luogo in cui siamo. È fuori di noi, ma nello stesso tempo è parte di noi.

Perché il paesaggio non è solo la forma fisica che il territorio assume di fronte agli occhi di un osservatore. È la forma delle cime rocciose, il versante coperto dai boschi e su cui si appoggiano i paesi, il fondovalle con il torrente, le strade e le attività produttive recenti. È una forma, quella di oggi, che dipende da come la natura da un lato e le attività dell’uomo dall’altro hanno nel tempo agito sulle forme preesistenti, in un continuo divenire. Il paesaggio racconta quindi una lunga storia.

Ma contemporaneamente il paesaggio è anche la reazione di ciascuno di noi quando osserviamo tutto questo, il messaggio che ne riceviamo in maniera esplicita o implicita, vale a dire l’insieme dei significati che assume per ogni singola persona e per la collettività.

Per questo il paesaggio è un valore e ci affascina: non solo per l’incanto dei panorami, ma anche per questi plurimi significati di cui è portatore e perché – anche lì dove magari non ci appare come un “bel paesaggio” – ci permette di comprendere come la nostra società si è relazionata in passato e si relaziona con il contesto territoriale. È lo specchio di questo rapporto.

Osservare i paesaggi con attenzione è allora una importante componente del nostro vivere consapevolmente nel mondo, desiderosi di comprenderlo, di conoscerne i valori e disponibili ad impegnarci per poterlo meglio abitare.

 

I paesaggi cambiano

Ciò che si rende visibile e percepibile attraverso i nostri sensi è l’esito di una continua evoluzione, dovuta a processi naturali da un lato – ad esempio quelli che hanno formato e modellato le montagne – e dall’altro ai diversi modi in cui nel tempo le società hanno utilizzato le risorse, hanno costruito gli insediamenti, hanno organizzato il modo di vivere. Pur su scale temporali molto diverse (i tempi della natura e quelli dell’uomo non sono confrontabili), questi processi hanno lasciato nei paesaggi di oggi dei segni, degli indizi che, se ben interpretati, ci permettono di ricostruire frammenti di storia naturale e di storia umana. Grazie poi alla documentazione fotografica, siamo in grado di ricostruire con molta maggiore facilità le trasformazioni avvenute, siano esse lente e continue nel tempo, siano esse repentine, improvvise.

Non si tratta però solo di comprendere ciò che è cambiato. Si può cercare di capire anche perché è cambiato. Dietro i segni visibili, infatti, i paesaggi raccontano dei processi e delle forze che hanno provocato il cambiamento. Nel caso dei processi legati all’opera umana e nel contesto delle diverse vicende storiche, si tratta di capire come ci siano sempre stati attori, individui o gruppi che hanno realizzato materialmente le azioni di trasformazione, che non necessariamente coincidono con coloro che hanno deciso che la trasformazione avvenisse (direttamente o anche indirettamente, quale “esternalità” di decisioni di altra natura, riguardanti o meno quello stesso luogo), o con coloro che la trasformazione l’hanno subita, nel luogo del loro quotidiano, a causa di decisioni altrui.

I paesaggi raccontano non solo il passato, ma anche il presente: continuano a modificarsi giorno dopo giorno, sono espressione delle attività e delle scelte della società; non solo alla grande scala, ma anche nei nostri paesi, nei nostri quartieri. Lì dove viviamo.

Venàs e il Civetta da Suppiane di Cadore. Inizi ‘900.

Alberi a terra lungo la strada militare Casera de La Grava-Spiz Zuel. 1917.

Reticolati stesi presso Forcella Cuzze e facenti parte delle difese previste dalla Linea Gialla. 1917.

Quali “ferite” nel paesaggio ha lasciato una vicenda storica così importante quale la Grande Guerra?

La descrizione di come i luoghi sono cambiati a causa degli eventi bellici e l’individuazione dei segni attuali di quelle trasformazioni ci permettono di comprendere meglio gli impatti di ciò che è avvenuto e di collegare le vicende ai territori e alle storie personali e sociali di chi le ha vissute direttamente. Allora assume senso la parola “ferita”, a significare la tragedia vissuta, che trova nella rappresentazione di un paesaggio devastato la misura del dramma sul piano umano.

Nel paesaggio troviamo anche i segni di chi quella tragedia ha voluto trasformare in memoria collettiva, attribuendo ad essa significati a volte contrastanti.

Di fronte all’insieme di questi segni e delle diverse ricostruzioni della memoria, anche noi oggi ci troviamo a riflettere sull’assurdità e la drammaticità di quella guerra, di tutte le guerre.

In maniera per certi versi analoga ci ritroviamo di fronte ai paesaggi trasformati improvvisamente dalla tempesta Vaia, agli interi versanti di alberi sradicati, divelti, spezzati dalla furia del vento, a luoghi che non potranno essere mai più gli stessi.

Osserviamo ciò che materialmente è accaduto, per comprendere le conseguenze materiali che comporta, alla scala non solo locale, sui sistemi ecologici, sugli equilibri idrogeologici, sui sistemi economici legati al commercio e all’industria del legname.

Ma usiamo anche in questo caso il termine “ferita”, perché questa trasformazione la sentiamo in qualche modo inferta, ne comprendiamo l’intrinseca violenza. Una violenza che non è solo dell’evento naturale in sé, ma che riconduciamo alle dinamiche e alle cause dell’evento stesso, ai disequilibri che alterano il clima e che dipendono dall’azione smisurata dell’uomo sul pianeta.

Una volta che le maggiori cicatrici si saranno rimarginate, quando davanti ai nostri occhi non avremo più i tronchi abbattuti, quando in qualche modo la ferita verrà metabolizzata, sarà nostro compito continuare a identificarne i segni, per non dimenticare ciò che è avvenuto e per continuare a interrogarci sulle azioni concrete da mettere in atto, verso un futuro necessario e desiderato.

Danni provocati dalla tempesta Vaia in Val Visdende, sullo sfondo il Peralba.

Danni provocati dalla tempesta Vaia in Val Visdende.

Acquisire consapevolezza

Guardando i paesaggi di oggi possiamo scorgervi anche i segni di ciò che sarà. I paesaggi del futuro nascono dal presente, lungo una linea continua, in cui le nostre decisioni e le nostre ‘aspirazioni’ (come è scritto nella Convenzione europea del paesaggio) danno forma ai luoghi: osservando i paesaggi possiamo immaginare il futuro del nostro modo di abitare, di muoverci, di produrre, ma anche di guardare, di apprezzare, di condividere. Il paesaggio riannoda i fili, contiene la memoria e i desideri; è uno specchio di noi stessi che non deve offuscarsi, da contemplare non per narcisismo, ma con grande senso di responsabilità.

La ricostruzione diacronica attraverso gli archivi fotografici e le spiegazioni degli esperti riguardo alle trasformazioni dei paesaggi bellunesi colpiti dalla Grande Guerra e da Vaia, che si accompagnano alle nostre esperienze dirette in questi stessi paesaggi e alle diverse occasioni di incontro, riflessione e condivisione, ci permettono allora di riannodare questi fili tra passato, presente e futuro, acquisendo quella consapevolezza che è necessaria per un agire responsabile e per fare scelte di sostenibilità.

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