Le ferite della grande guerra sulla linea di fronte e nel territorio della linea gialla

Quando si pensa ai danni materiali causati dalla Grande Guerra al patrimonio silvo-pastorale sul territorio bellunese, il pensiero corre subito ai crateri che  essa ha impresso su prati e foreste, alle trincee e postazioni scavate nell’ombra dei boschi o tra le rocce ad alta quota, ai reticolati di filo spinato rimasti per decenni disseminati su sentieri e pascoli, agli innumerevoli danni prodotti a casere e fienili.

Pensare però che le nostre risorse forestali abbiano sofferto solo nel ristretto perimetro 1915-1918 e che le offese arrecate siano state anzitutto conseguenza delle operazioni sulla linea del fronte è  errato e fuorviante. Dobbiamo piuttosto allargare lo sguardo ad un ben più ampio arco temporale e spaziale, in grado di sottendere non solo l’evento bellico in sé, bensì pure la sua lunga preparazione, contraddistinta dall’individuazione di aree di grande valenza strategica e tattica e dall’impianto di fortificazioni sempre più progredite, al passo con l’evoluzione tecnica ossidionale e col crescere delle ambizioni politiche e militari del Regno d’Italia.

50 ANNI DI GUERRA PREPARATA

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IL FABBISOGNO DI LEGNAME DURANTE IL CONFLITTO

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LA LINEA GIALLA E L’ILLUSIONE DI UNA DIFESA AD OLTRANZA

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LA RITIRATA DOPO CAPORETTO E L’ANNO DELL’INVASIONE

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50 anni di guerra preparata

Lo sfruttamento indiscriminato del nostro patrimonio boschivo fu legato anzitutto alla lunga preparazione al conflitto contro l’Impero Austro-Ungarico, un processo storico che partì dall’annessione del Veneto all’Italia nel 1866 e che si svolse tra alti e bassi fino all’entrata in guerra nel maggio 1915.

Tutti i piani strategici messi a punto contro l’Austria, peraltro nostra alleata fin dal 1882 (Triplice Alleanza), non prevedevano nelle valli dolomitiche vere offensive, ma miravano piuttosto a bloccare le possibili direttrici di un’invasione nemica. Ciò venne perseguito con la costruzione di forti sempre più moderni e protetti, che, sussidiati da una serie di difese complementari, richiesero l’abbattimento di moltissimi alberi, incidendo profondamente sul paesaggio e sull’economia di parecchi comprensori bellunesi.

APPROFONDIMENTI

Il fabbisogno di legname durante il conflitto

Nell’intero arco del conflitto la necessità di legname da destinare alle industrie, ai servizi e alle truppe al fronte fu davvero assillante e la situazione venne aggravata dal fatto che l’Italia dipendeva dalle importazioni di legname lavorato dall’estero. A fronte infatti di un consumo annuo di circa 3 milioni di metri cubi, ben 2,5 venivano importati e di questi circa l’80% proveniva dall’Impero Austro-Ungarico.

Sul fronte della IV Armata, il più ricco di boschi e quindi chiamato a provvedere pure ai bisogni delle altre  armate, enormi quantità di legname segato e di legna da ardere vennero richieste subito dai nostri servizi logistici. Bisognava infatti costruire ex novo vere e proprie cittadelle di legno per i nostri soldati nelle immediate retrovie, allestire e coprire le trincee in prima linea, disporre di baracche sotto le rocce che permettessero la sopravvivenza dei nostri reparti ad alta quota, oltre che  riscaldare migliaia di soldati negli inverni sul 1916 e sul 1917, tra i più freddi del secolo.

APPROFONDIMENTI

La Linea gialla e l’illusione una difesa ad oltranza

Tra Agordino, Zoldano e Cadore, accanto alla Grande Guerra effettivamente combattuta, fatta di molti eroismi e di tanta improvvisazione, ce ne fu un’altra, mai salita alla ribalta della grande storia, quella cioè preparata per anni ma rimasta in gran parte lettera morta proprio nel momento del bisogno. Si tratta dello sforzo operato dalla IV Armata per realizzare a ridosso del fronte una linea di massima difesa, presunta insuperabile, appoggiata ai forti corazzati costruiti tra il 1880 e il 1915 e collegati tra loro da trinceramenti e postazioni realizzati successivamente.

Quest’esigenza divenne ancor più impellente dopo l’offensiva austriaca della primavera 1916 sull’altopiano dei Sette Comuni, allorché Cadorna impose una decisa rivisitazione della nostra strategia difensiva, basata anzitutto sull’organizzazione di successive linee di resistenza, tra le quali una “difensiva di massimo arretramento o estrema resistenza”, che poi verrà detta convenzionalmente Linea Gialla. Un progetto che ebbe pesanti ricadute sul territorio e che naufragò miseramente nei drammatici giorni seguiti a Caporetto.

APPROFONDIMENTI

La ritirata dopo Caporetto e l’anno dell’invasione

Le tragiche conseguenze del crollo del nostro esercito sull’Isonzo a fine ottobre 1917 determinarono anche la ritirata della IV Armata e di tutti i reparti della Fortezza Cadore-Maè dal Cadore e dall’Agordino nella prima decade di novembre, senza la possibilità di attuare i piani previsti di difesa ad oltranza sulle posizioni della Linea Gialla.

La marcia verso il basso Piave fu assai difficoltosa, effettuata in disordine e sotto l’incalzare delle avanguardie nemiche, in particolare dal Passo della Mauria, dalla Val Ansiei, dalla Val Boite e soprattutto dalla Val Cellina. Se le grandi opere corazzate furono solo in parte sabotate, vennero fatti saltare quasi tutti i ponti ed incendiati i numerosi depositi e baraccamenti sorti durante il conflitto a ridosso del fronte e nelle retrovie, con perdite assai ingenti di viveri, munizioni e naturalmente legname. A questi enormi danni si aggiunse poi nell’anno dell’invasione nemica, l’ulteriore scempio arrecato ai boschi bellunesi dalla rapina austriaca, legata soprattutto alla necessità di ricostruire subito in legno ponti ed altre infrastrutture andati distrutti.

APPROFONDIMENTI

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