Paesaggio e sfruttamento idroelettrico: la vicenda della diga di Digonera

I cambiamenti dati dallo sfruttamento idroelettrico della rete idrografica del bacino del Cordevole sono importanti per comprendere la storia ambientale della provincia e per entrare a fondo nelle dinamiche che hanno portato il paesaggio bellunese alla sua forma presente. Il rapporto fra le comunità e l’acqua è sempre stato un rapporto mobile. In base alle diverse esigenze l’acqua ha ricoperto molteplici ruoli nella quotidianità montana: infrastruttura, risorsa, materia prima, elemento da combattere, elemento vitale.

L’avvento dell’idroelettrico, oltre che contribuire al cambio radicale del rapporto fra comunità e torrenti, ha inciso profondi cambiamenti nel paesaggio e sulla vita quotidiana delle comunità interessate dagli invasi. Pascoli che vengono sommersi per la costruzione di serbatoi, campi separati da nuove masse d’acqua che rendono difficilmente raggiungibili luoghi prima molto vicini, cambiamenti importanti nella mobilità quotidiana, fin anche paesi che sono sommersi e dislocati; si tratta solo di alcune delle conseguenze sulla popolazione interessata da grandi progetti di sfruttamento idroelettrico.

Tuttavia, è interessante avvicinarsi anche a quelle tracce nel paesaggio che ci raccontano cambiamenti non avvenuti, storie non ripetute, progetti idroelettrici non portati a termine. Si tratta del caso della diga di Digonera. Imboccando la Strada Provinciale 563, che da Saviner di Laste porta verso la frazione di Digonera, in comune di Rocca Pietore, possiamo fermarci a leggere le tracce di un paesaggio che avrebbe potuto essere e che non è.

1_Spalla_Digonera

Oltre le chiome di due aceri, sotto a uno dei tanti versanti colpiti da Vaia in cui gli alberi caduti sono ancora a terra, in mezzo a spuntoni di roccia, abeti e larici, intravediamo i pulvini in calcestruzzo che avrebbero dovuto sostenere una diga. Si tratta dei segni che il progetto della diga di Digonera hanno lasciato nel paesaggio di questa gola stretta, lungo la quale passa il Cordevole prima di ricevere, poco più a valle, il torrente Pettorina e continuare la sua corsa verso la pianura.

La costruzione della diga cominciò negli anni ’60. I lavori erano già appaltati e cominciati quando il 9 ottobre del 1963 il disastro del Vajont segna un punto di rottura nella storia della Provincia e dell’Italia intera. A Caprile, in comune di Alleghe, dopo la devastazione del 9 ottobre inizia l’opposizione al progetto della diga di Digonera, un’opposizione dettata dalla paura che la storia si possa ripetere (anche se gli abitanti si erano già detti contrari alla costruzione della diga perché la spalla sinistra, quella della foto, poggiava su una roccia che si sapeva particolarmente franosa). Il 18 ottobre di quell’anno il consiglio comunale di Alleghe richiede che i lavori di costruzione della diga siano sospesi e che vengano fatte valutazioni più approfondite sulla sicurezza delle opere. Il serbatoio che sarebbe dovuto nascere con lo sbarramento avrebbe raccolto 26 milioni di metri cubi d’acqua. Al tempo era già stata fatta una buona parte degli scavi per le condotte forzate, i pulvini della fotografia e il tampone di base della diga. A pochi giorni dalle richieste del consiglio comunale, si costituisce un comitato cittadino formato dalle comunità di Caprile e di Saviner, un comitato trasversale che unisce cittadini dei comuni di Rocca Pietore e di Alleghe. La vicenda viene seguita anche a livello giornalistico, per l’Unità l’inviata è Tina Merlin, che aveva scritto e lottato tanto al fianco delle popolazioni di Erto e Casso contro la costruzione della diga del Vajont. Il 20 ottobre del 1963 la Merlin scrive “Nessuno vuole più vivere sotto una diga. Le popolazioni che abitano nelle valli con installazioni idroelettriche sono ovunque in fermento […] è la ribellione delle coscienze di fronte alia tragedia del Vajont che era stata prevista e combattuta dalle popolazioni locali.”

L’8 dicembre la popolazione di Alleghe, Caprile e Rocca Pietore manifesta contro la costruzione della diga. La battaglia viene portata avanti dal Comitato antidiga, dalle amministrazioni comunali e dalla Comunità montana agordina: un fronte coeso e unanime che chiede a gran voce che vengano fatte più perizie sulla sicurezza dei versanti. Due mesi dopo le proteste, i lavori vengono sospesi. Verranno interrotti del tutto nell’autunno del 1966, un mese prima dell’alluvione che segnerà un altro punto di non ritorno per la storia della provincia, con i cambiamenti che ne sono conseguiti. Leggere le tracce minime della diga di Digonera vuol dire avvicinarsi a una storia che racconta i progetti di sfruttamento dell’acqua degli anni ’50 e ’60 ma anche la forza di una comunità che rivendica i propri diritti sul paesaggio e sulla quotidianità.

Torna a “I CAMBIAMENTI DEL PAESAGGIO”