L’ultima resistenza e la distruzione di Vodo

Nei giorni 7 ed 8 novembre si ebbe anche uno dei nostri pochi tentativi di resistenza operati sulla Linea Gialla ad opera del 48° Btg. Bersaglieri (Magg. Carlo Mario Lay), proveniente dalla Val Padola e venuto a sostituire il 38°.

Proprio nei frangenti di questo avvicendamento i nostri reparti furono investiti presso Peaio da un violento fuoco di fucileria e mitragliatrici operato da un’avanguardia austriaca e lo scontro durò per tutta la notte. All’alba dell’8 novembre le truppe nemiche cercarono di sfondare la linea di resistenza, ma vennero ricacciate. L’azione dei nostri cannoni da campagna appostati sulle alture di Sadorno, Socchiuse e Sottiera, sulla riva destra del Boite, durò fino al tardo pomeriggio e finì coll’incendiare il paese di Vodo, causando la distruzione della chiesa e di 44 case. Gran parte della popolazione riuscì a sfuggire al bombardamento, durato una decina di ore, rifugiandosi negli antri sulla riva sinistra del Boite e poi fu obbligata dagli austriaci a trasferirsi a S. Vito, lasciando alla rapina nemica ciò che si era salvato in paese.

Vennero fatti saltare i ponti sul Rudan presso Peaio e sul Boite sulla strada Venas-Cibiana, quest’ultimo ad opera del presidio del Rite disceso a valle dopo aver operato un parziale sabotaggio del forte.

Alla distruzione non scamparono nemmeno la stazione della teleferica del Rite e le locomotive ed i vagoni della decauville Peaio-Zuel, fatti precipitare nel burrone del Ruvinian. Anche la strada nazionale nei pressi della Chiusa di Venas, tagliata nella viva roccia, era stata fatta saltare.

Tutti i nostri presidî, esauritosi il bombardamento del giorno 8, abbandonarono le posizioni dopo aver danneggiato le cupole corazzate di Pian dell’Antro e si raccolsero alla spicciolata a Valle, da dove imboccarono la strada della Greola (odella Regina), guastando il ponte in ferro sulla linea ferroviaria nella località detta La Busa del Cristo, presso la piccola stazione di S. Andrea. La mattina del giorno 9 gli ultimi dei nostri in ritirata distrussero il ponte sul Boite a Perarolo, ma la sera stessa gli austriaci entravano comunque a Termine.

Per il Cadore iniziava la cattività di un anno memorabile e tutto da dimenticare, ma il calvario della ritirata della 4ª Armata doveva scrivere ancora amare pagine nei pressi di Erto e Longarone, dove alcuni reparti rimasero imbottigliati il pomeriggio del giorno 9 a causa soprattutto della ficcante penetrazione operata attraverso Forcella Clautana da parte dei Gebirgler del Tenente Erwin Rommel e degli Schützen austriaci del 26° Reggimento imperialregio.

Superate Erto e Cimolais e senza badare troppo agli ordini del Magg. Sproesser, Rommel si proiettò su Longarone rischiando il tutto per tutto, ben conscio che salvare i ponti, prevenendo il sabotaggio nemico, significava davvero il miglior investimento per l’offensiva austro-tedesca nei giorni successivi, forse la carta decisiva per risolvere l’intero conflitto.

Il bilancio di quell’azione, svoltasi con tempo soleggiato ma freddo, fu così descritto dallo stesso Rommel: 200 ufficiali e 8000 soldati italiani catturati, assieme a 20 cannoni da montagna, 60 mitragliatrici, 250 carri carichi, 600 bestie da soma e 12 camion, a fronte di perdite assai lievi: 1 morto, 1 ferito grave, 1 ferito leggero.

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