Lo sfruttamento storico dei boschi nella montagna bellunese

Le attività connesse allo sfruttamento dei boschi hanno rappresentato a lungo un settore strategico per le comunità della montagna bellunese. Le ragioni che permettono di comprendere questo fenomeno sono essenzialmente due: l’importanza del legname in epoca preindustriale e la rete idrografica della regione.

La montagna bellunese come bacino della risorsa legno per Venezia

Nell’Europa preindustriale, il legname era una risorsa fondamentale e onnipresente, a tal punto che quell’epoca è stata descritta come «l’età del legno» (Werner Sombard) e «la civiltà del legno» (Fernand Braudel). Tali definizioni valgono per tutto il continente, ma assumono un significato perspicuo nel caso di Venezia. Infatti, come è noto, gran parte della città è stata edificata su palafitte. A ciò vanno aggiunte le esigenze dei cantieri navali, sulla cui produzione si fondarono, per secoli, le fortune della Serenissima.

Inoltre, il legname era la principale fonte energetica con cui riscaldare le abitazioni, cuocere cibi e far funzionare diverse manifatture di una delle città più popolose dell’Europa moderna.

Questa imponente domanda fu coperta per la maggior parte dai territori alpini più prossimi alla pianura veneta. A fare di quest’area il principale bacino di prelievo con cui soddisfare le esigenze di Venezia e delle altre città della Terraferma, oltre alla necessaria presenza in grandi quantità delle essenze arboree più richieste (abete e larice per le costruzioni, il faggio come fonte energetica), vi era la relativa prossimità ai centri urbani e, soprattutto, la presenza di una ricca rete idrografica.

Dai monti alla laguna: il trasporto del legno lungo il Piave

Infatti, il legname, oltre a essere una delle risorse più utilizzate, era anche tra le più difficili da trasportare. Nell’epoca che precede il trasporto su rotaia, una precondizione necessaria allo sviluppo della filiera del legno era la presenza di corsi d’acqua in grado di trasportare i tronchi dalle zone di taglio ai punti di smercio.

Il commercio del legname diretto alla pianura veneta, e in particolare al mercato veneziano, si sviluppò attraverso i principali assi fluviali che dalla catena alpina scendono verso il litorale adriatico secondo un modello già consolidato al momento dell’espansione della Serenissima nella Terraferma e che gli sopravvisse fino alla seconda metà dell’Ottocento.

All’interno di questo sistema, il bacino del Piave rappresentò sempre la rotta privilegiata, sia perché era la via più diretta e breve per raggiungere il mercato veneziano dai territori alpini, sia perché la sua fascia montana conteneva o era in prossimità di comprensori forestali particolarmente ricchi.

Si trattava di un commercio immenso e non limitato ai soli territori posti sotto il controllo della Serenissima: dal Primiero attraverso il Cismon e quindi il Brenta; dalla Val Pusteria e la valle del Gaital verso il l’alto bacino del Piave; dalla Val Badia, dalla Val Gardena e la val di Fassa verso il Cordevole.

L’esbosco (oppure il trasporto dai valichi alpini) avveniva per scivolamento, sfruttando canali circolari realizzati in legno chiamati risine; queste strutture facilitavano la discesa a valle fino alle rive dei torrenti. Tale attività era svolta prevalentemente nei mesi invernali, quando la neve e il ghiaccio diminuivano ulteriormente l’attrito facilitando il trasporto dei tronchi via terra.

Una volta giunta in prossimità dei corsi d’acqua, la merce era innacquata e trasportata per fluitazione sciolta. La stagione più favorevole per queste operazioni era la primavera, per sfruttare le piene dei torrenti alpini che seguivano allo scioglimento delle nevi.

Tuttavia, non sempre i corsi d’acqua avevano una portata tale da consentire l’avvio della fluitazione. In questi casi era necessario costruire degli sbarramenti, detti stue, in grado di creare piccoli bacini artificiali. All’occorrenza, l’acqua raccolta, su cui erano stati gettati i tronchi da trasportare, era liberata con l’apertura dello sbarramento, avviando così la fluitazione della merce.

Lungo gli affluenti montani, i tronchi erano trasportati per fluitazione libera grazie a squadre di personale altamente specializzato che li indirizzavano per mezzo di lunghe pertiche. Si trattava di un lavoro estremamente faticoso e pericoloso, dato che spesso il legname si incagliava durante la condotta, formando ammassi che, una volta liberati, potevano avere una potenza d’urto letale per le persone che finivano nella traiettoria dei tronchi.

La filiera del legno e il commercio fluviale

Nei punti in cui i corsi d’acqua raggiungevano una portata tale da consentire una stabile navigazione, i tronchi erano raccolti grazie a dei sistemi di paratoie a griglie (detto cìdoli). La principale di queste strutture era collocata nei pressi di Perarolo, a valle della confluenza del torrente Boite nel Piave. I tronchi erano così raccolti e indirizzati alle segherie dislocate nel tratto di fiume immediatamente successivo allo sbarramento.

La posizione strategica di Perarolo aveva fatto sorgere una fiorente industria della segagione. All’inizio del Seicento, nell’area erano in funzione 50-60 impianti, saliti a circa un centinaio nel secolo successivo. All’inizio dell’Ottocento, un rapporto del prefetto di Belluno attestava la presenza di circa 150 segherie, il cui prodotto «viene con poco dispendio trasportata per il fiume Piave ai magazzini di Venezia, e di là ai diversi scali dell’Adriatico e dell’Egeo», costituendo la principale attività manifatturiera dell’intero dipartimento.

Dopo queste operazioni di stoccaggio e prima lavorazione, le travi erano aggregate in zattere e avviate verso la pianura veneta. Nel momento in cui venivano legati, i tronchi e le tavole non erano più solamente una merce di grande valore, ma divenivano anche uno dei più rapidi mezzi di trasporto per raggiungere la pianura veneta e il litorale adriatico dalla regione alpina. Potevano quindi essere caricate di persone, animali o altre mercanzie provenienti dai territori di montagna.

Il commercio fluviale che si sviluppò tramite la filiera del legno rappresentò uno il principale fattore di integrazione tra l’area alpina e i circuiti commerciali di pianura, garantendo un ricco indotto a numerosi porti, che grazie a questo traffico diventarono centri mercantili di primaria importanza.

Le attività connesse alla filiera del legno rappresentarono soprattutto un cespite fondamentale per le comunità di montagna, che vantavano sulla maggior parte dei comprensori forestali dell’area titoli di proprietà di vario tipo. In questi terreni la popolazione locale poteva procurarsi la legna da fuoco e da opera, oppure svolgere diverse attività funzionali al modello di economia integrata che caratterizzava le zone alpine (pascolo, caccia, raccolta dello strame e di altri prodotti officinali, ecc.).

Inoltre, la concessione delle licenze di taglio e l’affitto di vasti comprensori boschivi consentivano alle comunità di incamerare le risorse finanziarie per far fronte alle principali spese, tra cui la più onerosa e frequente riguardava l’importazione delle derrate alimentari necessarie per sopperire alle carenze strutturali dell’agricoltura alpina.

L’industria del legno nell’economia storica del Bellunese

A ciò vanno aggiunte le opportunità occupazionali nel settore per la popolazione. Nelle comunità più ricche di boschi, quali ad esempio quelle dell’alto Cadore, ciascun nucleo familiare aveva il diritto di veder impiegato almeno un suo componente nelle attività di taglio ed esbosco, così da poter beneficiare degli introiti derivanti da questi lavori. Si trattava di lavori stagionali, ma che non si sovrapponevano alle principali attività agricole e rientravano quindi in un modello di economia integrata tipica delle regioni alpine.

Inoltre, l’indotto della filiera del legno assicurava ulteriori possibilità occupazionali in varie attività collaterali, quali, per esempio, quelle relative al commercio fluviale (fluitazione, costruzione e conduzione delle zattere) oppure quelle connesse con la costruzione e la manutenzione di risine, stue e cìdoli. Ciò favorì la diffusione e il consolidamento di competenze professionali che consentirono una mobilità occupazionale anche in altre regioni alpine.

La centralità di queste attività nell’economia dell’area è ben fotografata da un’esposizione che fu organizzata a Belluno nel 1871, per presentare i principali comparti produttivi della provincia. In quell’occasione, i giornali locali esaltarono l’importanza del commercio del legname in ogni prospettiva di sviluppo del territorio: «Il legname, come tutti sanno, costituisce la prima ricchezza del nostro paese, e il commercio che se ne fa, e dentro e fuori, è cosa grande da meritarsi giustamente l’attenzione di tutti quelli a cui sta a cuore il benessere della provincia, il quale si paleserà più lieto in proporzione del progressivo incremento che noi medesimi sapremo dare a questa industria».

Tuttavia, proprio in quella fase iniziò la crisi del settore, causata dal rapido sviluppo della rete ferroviaria a livello continentale. Ciò ridefinì completamente la geografia del commercio del legname e segnò la fine dei vantaggi competitivi delle vallate delle Alpi italiane, che si fondavano non sulla maggiore disponibilità di materia prima, ma sulla presenza di corsi d’acqua in grado di tenere bassi i costi di trasporto.

Con l’apertura della tratta del Brennero (1867) e il collegamento di Trieste con la rete ferroviaria austroungarica (1871) divenne sempre più conveniente importare legname dagli estesi comprensori forestali dell’Europa centro-orientale.

Questo fenomeno non comportò un allentamento della pressione antropica sulle risorse forestali. A cambiare furono le caratteristiche di questa pressione, sempre meno associata alla commercializzazione del legname e sempre di più alla crescita della popolazione, all’intensificazione delle attività legate all’allevamento e ai consumi di legname delle aree rurali, che decrebbero più lentamente di quelli urbani.

Tuttavia, la centralità di queste risorse nella vita degli abitanti e delle comunità dell’area tramontò rapidamente. Da quel momento, le principali opportunità occupazionali furono perseguite con l’aumento dell’emigrazione temporanea (in particolar modo quella legata al settore delle costruzioni), che raggiunse punte massime proprio in quelle zone dove, in precedenza, l’economia legata alla valorizzazione delle risorse forestali era più rilevante.

Torna a “I CAMBIAMENTI DEL PAESAGGIO”