La trasformazione del paesaggio idraulico nella montagna bellunese

I primi impianti idroelettrici realizzati nel bacino del Piave a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento non comportarono significative variazioni nelle modalità di sfruttamento delle risorse idriche che avevano caratterizzato le segherie e gli altri opifici preindustriali.

L’energia continuò a essere prodotta con l’utilizzo dell’acqua fluente e utilizzata in loco per far andare i macchinari e, talvolta, per illuminare lo stabilimento o edifici adiacenti.

Tuttavia, nel giro di meno di un decennio, le innovazioni tecnologiche del settore favorirono lo sviluppo di un nuovo modello produttivo fondato sulla costruzione di grandi centrali nelle aree montane, dove era possibile realizzare le cadute d’acqua più rilevanti e dove l’orografia del territorio facilitava la creazione di invasi artificiali volti a regolare la produzione energetica.

Nel bacino del Piave, le prime grandi centrali di questo tipo furono realizzate alla vigilia della Prima guerra mondiale dalla Società Italiana per l’Utilizzazione delle Forze Idrauliche del Veneto (nota come Cellina) sfruttando le acque del lago di Santa Croce. Negli anni successivi, la Cellina entrò a far parte del gruppo Società adriatica di elettricità (Sade), che si stava consolidando come uno dei principali attori economici nel settore e che iniziò a programmare un potenziamento degli impianti, durante una fase decisiva per gli sviluppi dell’industria elettrica a livello locale e nazionale.

La realizzazione di questi interventi comportò la diversione delle acque del Piave verso il lago di Santa Croce, la cui capacità d’invaso fu aumentata da 75 a 120 milioni di metri cubi con la costruzione di una diga.

Poiché i prelievi non erano restituiti al corso principale del fiume, ma erano scaricati nel bacino del Livenza, i nuovi equilibri idraulici che ne conseguirono causarono numerose tensioni tra gli interessi idroelettrici rappresentati dal gruppo Sade e quelli di altri soggetti, a loro volta coinvolti nell’utilizzo delle acque del Piave, in particolare quelli dei consorzi irrigui della pianura trevigiana: il Brentella e il Canale della Vittoria.

Il completamento dei lavori relativi al sistema Piave-Santa Croce avvenne contestualmente con l’avvio della crisi economica del 1929, i cui effetti spinsero la Sade a sospendere tutti i programmi di espansione produttiva, fatto salvo l’acquisto nel 1933 della Società forze idrauliche alto Cadore (Sfiac), che aveva costruito una centrale in comune di Lozzo alimentata da due serbatoi, realizzati rispettivamente in Comelico (comune di Santo Stefano) e in località Santa Caterina (comune di Auronzo).

Lo sviluppo idroelettrico e i cambiamenti morfologici del Piave

La situazione più favorevole alla ripresa dei progetti di sviluppo in campo idroelettrico arrivò nella seconda metà degli anni Trenta, con il varo delle politiche autarchiche da parte del regime fascista. In quegli anni, la Sade presentò una serie di interventi che andavano a comporre un programma di sfruttamento integrale del Piave.

Questi progetti furono accelerati dall’ingresso in guerra dell’Italia nel 1940, momentaneamente sospesi durante l’occupazione militare alleata, infine completati e ulteriormente potenziati tra la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni Sessanta, grazie al contesto favorevole garantito prima dalla fase di ricostruzione industriale e quindi dall’avvio del miracolo economico.

Il programma per lo sfruttamento integrale del Piave prevedeva un ulteriore aumento della derivazione verso il lago di Santa Croce, che di fatto avrebbe determinato il netto sezionamento del fiume in due tronchi separati, il cui utilizzo doveva essere realizzato attraverso una serie di centrali e di serbatoi tra loro interconnessi e articolati in due sistemi principali: il sistema nord-orientale (a monte della derivazione per Santa Croce) e quello occidentale (a valle della derivazione e incentrato sul Cordevole, il maggiore affluente del fiume).

Il processo sin qui sinteticamente delineato trasformò radicalmente la rete idraulica e la morfologia stessa del Piave.

Nel 1962, anno della nazionalizzazione dell’industria elettrica in Italia, nel bacino del Piave erano attivi 11 serbatoi artificiali, più quello del Vajont in fase di collaudo, a cui si aggiungeva l’utilizzo per scopo idroelettrico di due laghi naturali, la cui capacità d’invaso era stata aumentata con la costruzione di una diga (Alleghe e Santa Croce).

Questi serbatoi erano funzionali a garantire l’irrigazione di una vasta fascia dell’alta pianura trevigiana e, soprattutto, alimentavano 52 centrali idroelettriche la cui capacità produttiva complessiva sfiorava i 700.000 kW, senza tener conto delle strutture minori che non rientravano nella categoria delle grandi derivazioni.

L’acqua di montagna per l’energia e l’irrigazione della pianura

Inoltre, dighe e centrali erano tra loro strettamente interconnesse attraverso una fitta rete di condutture che contribuiva a ridefinire il regime idraulico del Piave, in modo da ottenere gli assetti più adatti alla produzione di energia e all’irrigazione.

Gli esempi più evidenti sono i ponti idraulici costruiti tra diversi fiumi: dall’Adige al Piave tramite la diga di Fedaia, dal Piave al Livenza attraverso il lago di Santa Croce, di nuovo dal Livenza al Piave grazie al canale Castelletto-Nervesa.

Una dinamica simile riguardò anche gli affluenti. L’acqua incanalata dalla diga di Vodo, sul torrente Boite, non era restituita al medesimo torrente, ma al Maè, un affluente successivo sempre sulla destra orografica del fiume. Qui l’acqua era raccolta dalla diga di Pontesei, i cui scarichi permettevano di raggiungere direttamente il bacino del Vajont, che era situato sul versante orografico opposto.

Ancora prima che venisse completato, questo complesso di infrastrutture era descritto e celebrato come uno dei maggiori conseguimenti nel campo dell’ingegneria idraulica.

Ma la sera del 9 ottobre 1963, con il disastro del Vajont, i limiti e i problemi connessi a questi interventi si rivelarono in tutta la loro drammaticità.

Il disastro del Vajont fece emergere anche le criticità degli assetti idraulici che erano risultati dal processo di industrializzazione del Piave. Infatti, le numerose derivazioni concesse nei decenni precedenti non furono revocate o ridiscusse.

Tuttavia, esse erano fondate su delle disponibilità d’acqua inesistenti. All’appello mancano i 150 milioni di metri cubi utili del bacino del Vajont, che attraverso il sistema nord-orientale e il canale Castelletto-Nervesa avrebbe dovuto soddisfare anche una parte delle esigenze dei consorzi irrigui.

Non si tratta di uno scarto di poco conto: la capacità utile del Vajont equivale a quella complessiva di tutti gli altri laghi artificiali del Piave. Questi ultimi, a loro volta, hanno una capacità d’invaso in diminuzione a causa dei detriti che vi si depositano.

L’uso delle acque del Piave: un equilibrio precario

Questi fattori diminuiscono la quantità d’acqua utilizzabile e la flessibilità del complesso sistema che ne consentiva l’utilizzo, limitando quindi i meccanismi di compensazione su cui si fondava lo sfruttamento del fiume.

Il precario equilibrio idraulico che è conseguito da queste vicende, caratterizzato da interdipendenze irreversibili e da un cronico sovrasfruttamento delle risorse idriche, è alla base anche degli attuali conflitti per l’uso delle acque del Piave.

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