La fortezza Cadore-Maè

Dopo l’impasse determinata dal disastro di Adua (1896), che gettò molto discredito sui nostri vertici militari e ridusse di molto gli stanziamenti all’esercito, intorno al 1904, grazie all’arrivo di altri fondi e al fiorire di nuovi studi, il Cadore ritornò in primo piano nella strategia difensiva nazionale. A seguito di lunghe diatribe tecniche furono così individuate alcune posizioni particolarmente utili per battere le vie di comunicazione e vennero costruiti dei potenti forti corazzati, ovvero due “opere basse” a Col Piccolo presso Vigo e a Pian dell’Antro presso Venas, e tre “opere alte”, rispettivamente su M. Tudaio, Col Vidal e M. Rite. Tali impianti rispondevano alla teoria dei forti corazzati allora imperante in Europa e patrocinata in Italia dal Gen. E. Rocchi: serviti spesso da strade d’accesso ardite e costose, frutto del lavoro di migliaia di soldati del Genio, ma anche di diversi impresari e molti manovali civili, essi erano impostati su batterie in cemento armato dotate di cupole girevoli mod. Armstrong in acciaio-nichelio per cannoni da 149 A, in grado di colpire obiettivi fino a 14 chilometri di distanza, ed avrebbero dovuto essere, almeno in teoria, refrattari a qualsiasi offesa nemica.

Ogni batteria corazzata era poi sussidiata da una serie di caserme, depositi e laboratori scavati nella roccia ed in grado, tramite replicate cinte difensive, osservatori e difese accessorie, di garantire il funzionamento del forte ad oltranza, perfino in caso di completa occupazione nemica delle valli sottostanti.

Venne dunque a costituirsi un complesso e singolare  reticolato fortificatorio, comprendente i vecchi impianti di Tai e Pieve di Cadore, declassati ben presto a magazzini e prigioni, ed i nuovi forti d’alta quota, con due estreme propaggini, sul M. Miaron, sopra il passo della Mauria, e a Col Pradamio, sopra la strada Longarone-Zoldo. Per indicare l’estensione di siffatto apparato difensivo fu adottata  la dizione di Fortezza Cadore-Maè.

Allo scoppio però della guerra questo apparato difensivo, forte di 73 ufficiali, 4000 uomini di truppa e 92 cannoni, con notevoli riserve e munizioni, si palesò inutile e non in grado di incidere attivamente sulle operazioni in corso sulla linea di fronte, dove non arrivava la gittata dei suoi cannoni.

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