Il rogo delle cittadelle di legno

Ecco come il Capitano Giacomo Tissi racconta quella che fu una delle più grandi ecatombi di legname della Grande Guerra in Cadore nei drammatici frangenti della nostra ritirata dopo Caporetto:

“5 novembre. Giornata splendida di sole, mite nell’aria. Alle ore 14 pomeridiane iniziavamo senz’altro la marcia che doveva portarci sulla linea del Piave. Quando la mia compagnia giungeva a Casoni Crociera tutti quei baraccamenti erano in fiamme. Ai numerosi fabbricati che, sulla sinistra della rotabile, occupavano una vastissima area, era stato appiccato il fuoco e le fiamme alimentate dalla brezza serale andavano rapidamente avvolgendo ogni cosa. Il calore sprigionato da quell’immenso braciere giungeva fin sulla strada con tale intensità da obbligarci a percorrere il tratto più vicino di corsa per passare dall’altra parte. Un frastuono assordante riempiva l’aria. Insieme allo schianto dei tetti che cadevano, agli scricchiolii del legname che carbonizzava, era un continuo succedersi di secche detonazioni: scoppiavano le migliaia di cartucce e di bombe rimaste dimenticate e sparse nelle varie baracche. Pareva che delle mitragliatrici sparassero senza tregua, che delle mani invisibili lanciassero delle bombe in tutte le direzioni e in aria le schegge fischiavano rabbiosamente.

Le prime ombre della notte cadevano su quell’inferno e col buio aumentavano i bagliori e più lunghe si scorgevano in alto le lingue di fuoco. Un fuoco denso, nerissimo s’innalzava da quel rogo gigantesco in enormi volute, tali da nascondere al nostro sguardo il paesaggio circostante fin su alle più alte creste di Lavaredo.

Sulla strada intanto regnava una confusione ed un affollamento indescrivibili. I vari reparti stavano incolonnandosi alla meglio per partire; tutti gridavano in un continuo ondeggiamento. Chi si faceva largo a colpi di gomito cercando il proprio plotone, chi si aggiustava lo zaino sulle spalle, chi chiamava i compagni. Ufficiali e sergenti si sgolavano per mettere un po’ d’ordine aprendosi a stento la via in quel caotico ammasso di gente. Ogni tanto voci di: “largo, largo!” gettavano di più lo scompiglio; tutti ripetevano quel grido, ma nessuno si muoveva; poi lentamente, con movimenti tardi come di un mostro che stiri le membra, le file si aprivano per dar posto a camions carichi di materiale e di uomini, a colonne di muli, a traini di artiglieria. Il frastuono assordante, la vista dell’incendio facevano imbizzarrire i quadrupedi. I muli sparavano calci a destra e a sinistra, i cavalli s’impennavano e i conducenti appesi alle cavezze venivano sbattuti gli uni addosso agli altri. Parecchi finivano tra le zampe delle bestie urlando come indemoniati, altri correvano a porgere aiuto unendo le loro alle grida dei compagni ed intanto il tumulto cresceva, cresceva, estendendosi da un capo all’altro della strada e tutt’intorno sui prati brulicanti di soldati…”.

(da G. Tissi, “Diario di guerra”, in Rivista “Dolomiti”, nn. 2-4, Anno VI, 1983, Belluno)

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