Il fallimento della linea gialla

A determinare il fallimento strategico e tattico della Linea Gialla nelle drammatiche contingenze della prima decade del novembre 1917, furono l’imprevista rapidità della penetrazione nemica, l’emorragia di uomini e mezzi subita durante il conflitto dall’intera Fortezza Cadore-Maè e lo scarso tempismo del Comandante della  IV Armata Nicolis di Robilant nell’abbandonare le posizioni della prima linea. Fattori questi che molto ci costarono militarmente, ma che ancor più pesarono sulle popolazioni civili che quelle opere avevano contribuito ed erigere col loro lavoro. In esse tutti avevano riposto fervide speranze, ritenendole una sicura egida, capace di difendere persone, case ed averi, ma la storia andò diversamente, dimostrandoci ancora una  volta quanto inaffidabili siano le linee presunte invalicabili, siano valli romani, muraglie cinesi o sbarramenti della prima e seconda guerra mondiale, dai nomi suggestivi e dai colori più vari.

Questo pur poderoso apparato, fin dalla nostra entrata in guerra, aveva subito uno stillicidio di depauperamenti a favore delle esigenze del fronte (bocche da fuoco di medio e piccolo calibro, mitragliatrici, munizionamento) nella facile constatazione che i suoi cannoni, a causa dell’eccessiva distanza, non potevano in alcun modo incidere sull’andamento delle operazioni. Ma, oltre a questa generale impreparazione, s’aggiungeva il fatto che l’ipotesi di un brusco e generale arretramento della sua IV Armata non era affatto gradita al Gen. Di Robilant, disposto semmai ad un ripiegamento della sola ala nord-orientale del proprio schieramento, mediante una conversione indietro a destra, avente il proprio perno di rotazione a Le Terze e mirante ad attuare il previsto congiungimento con la Zona Carnia a Casera Razzo.

Lo sviluppo assunto dalle operazioni nel corso del conflitto sottolineava peraltro ogni giorno di più, anche per posizioni arretrate come quelle della Fortezza Cadore-Maè, la necessità di disporre urgentemente di profonde caverne per l’occultamento e la sicurezza delle batterie, nonché per il ricovero delle truppe chiamate spesso a tempestivi contrattacchi immediatamente dopo l’esaurirsi della sfuriata nemica.

Questo spiega come mai per tutta l’estate del 1916 si era lavorato indefessamente alla preparazione di postazioni in caverna a Col Muto (m 1960), sotto M. Tudaio, nelle viscere di quota m 2013 ad ovest di M. Rite e sotto lo stesso forte di Pian dell’Antro, nonché nel dedalo di gallerie di Col Ciavallon sotto Col Vidal: si trattava di lavori dispendiosi per i costi e le energie umane assorbite, voluti nella certezza che i nuovi potenti proiettili imposti dall’evoluzione stessa della guerra inficiavano ormai nettamente le strutture delle batterie corazzate, al punto di consigliare la predisposizione di una reale alternativa in caverna, con cannoniere affacciate su determinati obiettivi e bocche da fuoco protette da imponenti strati di roccia. Si trattò per lo più di lavori lungimiranti ma inutili, rimasti fatalmente incompiuti: chi percorre oggi la galleria parzialmente ostruita sita a nord-ovest della Malga Rite o quella di Col Muto sul Tudaio, coglie facilmente l’incompletezza di tanto lavoro e può fissare l’istantanea di un piano di lavori bloccato per sempre dagli avvenimenti conseguenti a Caporetto.

I forti cadorini, imprescindibili pilastri di una resistenza ad oltranza lungo la Linea Gialla, non riuscirono dunque a svolgere la funzione per cui erano nati e ciò sia per il depauperamento in uomini e mezzi subito, sia per il potenziale ossidionale enormemente aumentato nell’arco del conflitto, che rese vulnerabili tutte le batterie corazzate progettate per resistere solo all’azione dei cannoni di medio calibro. Essi furono il più delle volte abbandonati anzitempo e mancò del tutto quella “resistenza fino all’ultima galletta” che solo il forte di M. Festa in Carnia, sopra Amaro, riuscì a mettere in atto, grazie all’eroico comportamento del suo comandante, il Capitano Riccardo Nöel Winderling.

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