Il Bostrico imperversò anche 100 anni fa: il caso di Cortina

Esattamente come avviene oggi nei boschi colpiti da Vaia, anche nel primo dopoguerra le piante rimaste a terra nei boschi bellunesi favorirono la proliferazione del bostrico, che finì col contaminare anche le piante indebolite e perfino quelle sane.

Un esempio dell’entità dei danni provocati ci viene dall’Ampezzano, grazie anche al fatto che a questo fenomeno dedicò la sua tesi di laurea Giuseppe Venturoli, dottore in Agraria di Bologna, destinato a diventare un grande esperto di silvicoltura e appassionato frequentatore di Cortina e delle sue montagne. Doveva essere tra l’altro un ottimo alpinista, visto che, come ricordato da Ernesto Majoni nel suo blog www.ramecrodes.blogspot.com/2010, l’11 ottobre 1927 salì sulla Punta Fiames, una cima del Pomagagnon, assieme alla guida Simone Lacedelli, firmando il quaderno di vetta conservato oggi dalla Sezione CAI di Cortina.

Il suo studio universitario sfociò poi nella monografia pubblicata col titolo “Cortina d’Ampezzo nei primi dieci anni di regime italiano 1919-1928” con prefazione del prof. Giuseppe Tassinari (Bologna, Stabilimenti poligrafici riuniti, 1930, p. 242). II testo molto documentato ed esauriente, è reperibile in diverse biblioteche italiane e presente anche sul mercato antiquario.

L’autore calcola che nel periodo 1920-23 siano state abbattute nella conca ampezzana a spese del  comune ben 72.000 piante, finite incenerite assieme ad una grande quantità di altro legname infetto rimasto nel bosco dopo la guerra. Il contributo statale fu di sole 16.000 lire, un’inezia se si pensa che il danno venne successivamente quantificato da una delibera comunale del 27 febbraio 1927 in 2.705.775 lire, una cifra che oggi equivarrebbe all’incirca ad altrettanti euro.

La Milizia Forestale provvide ad un rimboschimento collocando 1.102.000 piantine su una superficie di circa 250 ettari di terreno boschivo devastato, ma ci vollero molti anni prima che i boschi ampezzani tornassero alle condizioni prebelliche, anche per il fatto che il podestà, come rilevato da Giuseppe Richebuono nella sua “Storia d’Ampezzo”, attingeva al bosco per finanziare molte iniziative con tagli incontrollati, superiori di circa 5/6.000 metri cubi l’anno rispetto alle consuetudini del passato.

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