Dimensioni turistiche del paesaggio bellunese

Il nesso paesaggio – turismo nel Bellunese. Una lettura diacronica

L’area del Bellunese con le sue specificità geo-morfologiche, antropologiche, storiche e socio-economiche evidenzia in modo emblematico luci ed ombre della relazione “paesaggio-turismo”.

Da un punto di vista storico, nel Bellunese un racconto lungo più di due secoli parla di questo rapporto nei termini della progressiva trasformazione “da montagna locale a icona mondiale” [1]. Si può ripercorrere questa storia attraverso alcune tappe fondamentali [2] che fanno intravvedere aspetti visibili e invisibili di questa relazione tra aspetti fisici del paesaggio e dimensioni non evidenti, di carattere processuale e sociale.

La prima fase ottocentesca è descritta nei resoconti delle mitiche scalate alle vette effettuate a scopo scientifico da pionieristici esploratori e nei successivi diari romantici di viaggiatori europei [3]. Grazie ai primi collegamenti ferroviari (foto 1) e a semplici forme di ospitalità, l’area della Marmolada diventa tappa del Grand Tour raggiungibile attraverso Monaco, Innsbruck o Venezia da ospiti stranieri.

Agli inizi del Novecento con l’apertura delle vie di comunicazione verso i passi -ad esempio la Strada delle Dolomiti- e il diffondersi di forme ricettive (foto 2, 3, 4, 5) lungo queste direttrici, aumentano la notorietà del contesto e la crescita dei movimenti turistici, anche da parte di italiani, sia nella stagione estiva che invernale. (foto 6, 7, 8).

Lo sviluppo di mobilità connesse alle cure climatiche montane per bambini nelle colonie estive vede le sue origini proprio in questo periodo. A sud del bellunese la colonia San Marco di Pedavena che ospitava bambini veneziani bisognosi è una delle prime in Italia [4]. Il fenomeno favorisce l’incontro col paesaggio alpino da parte di strati sempre più ampi della popolazione.
Il potenziamento dell’accessibilità alle diverse zone provinciali (foto 9) e l’annessione all’Italia di aree importanti come il Trentino avviano un processo di sviluppo che fino al secondo Dopoguerra vede l’affermarsi di forme di fruizione turistica e relazioni con il paesaggio diversificate a seconda della stagione, dei caratteri delle località (foto 10,11) e della promozione di sport sfidanti come alpinismo (foto12), sci invernale (foto 13), hockey su ghiaccio (foto 14) praticati da una clientela variegata e non solo in prossimità di vette, valli e località note.
La prima parte del Novecento vede anche l’istituzione dei primi parchi nazionali come risposta ad una richiesta diffusa di salvaguardia dei contesti naturali. Anche lo sviluppo del turismo risponde ad interessi e bisogni crescenti verso aree verdi e preservate. Rinnovazione naturale dei boschi e aumento della loro massa sono effetto quindi di un orientamento spinto verso una gestione multifunzionale della silvicoltura [5].
Le Olimpiadi invernali del 1956 (foto 15) aprono, dalla seconda metà del Novecento, alla vera e propria espansione del fenomeno turistico posizionando definitivamente Cortina tra le mete sciistiche considerate “punte di diamante” dell’arco alpino [6]. Si tratta di una crescita che coincide temporalmente, come in molti altri contesti turistici nazionali ed europei, al boom economico degli anni ’50 (foto16) e ’60 (foto 17) e alla villeggiatura montana all’insegna del relax, praticata in alternativa o abbinata ai soggiorni al mare come espressione del democratico diritto alle ferie.

Questa fase va di pari passo al potenziamento di “importanti fenomeni di modernizzazione della montagna dolomitica” che portano con sé, anche nei decenni successivi, effetti evidenti (foto 18) sul paesaggio [7]. Oltre al processo, già avviato, di costruzione di dighe per lo sfruttamento dell’energia idroelettrica [8] -la diga del 1956 del Fedaia ne è esempio- fenomeni come il diffondersi degli impianti di risalita (foto 19, 20, 21, 22), il moltiplicarsi delle strutture ricettive e la corsa alle seconde case nelle aree di fondovalle sono tra gli effetti più manifesti della progressione dell’economia turistica.

Il modello di sviluppo avviato viene dibattuto e progressivamente messo sotto osservazione [9]. A partire dagli anni ’80 e in modo più deciso dopo la Conferenza delle Nazioni Unite di Rio de Janeiro (1992), i temi della conservazione della natura, del paesaggio e della biodiversità diventano centrali. Mondo scientifico e opinione pubblica valutano costi e benefici del turismo per ambiente montano e comunità [10] mettendo in evidenza quelle che ancor oggi, a distanza di 40 anni, sono descritte nei Rapporti territoriali [11] e nei Piani turistici [12] come priorità nelle agende dei contesti montani.

Concentrazione di arrivi e presenze in pochi poli turisticizzati e solo in limitati periodi dell’anno, congestione e inquinamento, spiazzamento di attività economiche e specificità professionali tradizionali spesso orientato da driver esterni, urbanizzazione e consumo di suolo a valle e in alta quota; scelte infrastrutturali e architettoniche spesso impattanti, mercato del lavoro basato su contratti stagionali e alto turnover, banalizzazioni di elementi culturali sono tra i principali effetti negativi di uno sviluppo turistico troppo orientato a obiettivi di crescita economica che non tiene conto delle molteplici istanze di chi vive e opera in montagna. Il paesaggio presenta manifestazioni evidenti di molti tra questi effetti.

Nel contempo, si sottolineano i benefici che il turismo ha generato e tutt’ora genera nei contesti montani. Esso rappresenta una funzione portante per l’economia, rivitalizza il territorio, valorizza il patrimonio ambientale e culturale, riduce lo spopolamento, potenzia e diversifica il tessuto produttivo e imprenditoriale locale creando opportunità di reddito e occupazione. In particolare, da un punto di vista ambientale in molte aree il turismo contribuisce a mantenere viva la funzione svolta dall’agricoltura in termini di cura dei servizi ecosistemici da parte di istituzioni e comunità, a partire dalla manutenzione e tutela delle risorse idriche e boschive. Sul piano economico, il turismo stimola l’attivazione e valorizzazione di tipi, forme e modalità produttive spesso collegate a materiali e saperi locali e finalizzate a bisogni specifici del contesto offrendo prospettive sia per i giovani nati e vissuti qui sia per i cosiddetti “nuovi montanari” favorendo residenzialità e utilizzo di spazi in disuso.

Dopo anni di racconti e analisi sugli aspetti sociali della montagna nei termini di stasi, abbandono e spopolamento, si parla oggi non solo di “tornare ad abitare” [13] la montagna ma anche di “montagna che produce” [14] come possibilità e forme del rinnovamento [15]. L’attrattività del paesaggio beneficia di queste positive interrelazioni tra dimensioni e processi ambientali, sociali ed economici evidenziando maggiore cura e vitalità. Ciò favorisce, in un circolo virtuoso, l’intercettazione di forme di turismo attente agli impatti dell’uomo sull’ambiente, alla crescita delle comunità e dei produttori, ai mestieri e saperi locali.

Da giugno 2009 Unesco ha riconosciuto le Dolomiti Patrimonio Mondiale per il loro valore estetico e paesaggistico e per l’importanza scientifica a livello geologico e geomorfologico. Il riconoscimento è senza dubbio una grande opportunità di valorizzazione del “bene” a livello interregionale che ha aperto importanti spazi di dibattito anche per lo sviluppo del bellunese, non solo delle aree comprese negli spazi core e buffer vincolati ma anche di quelle al di fuori del perimetro.

Da un punto di vista meramente turistico, il riconoscimento ha già evidenziato soprattutto attraverso i dati sulla diversificazione della domanda estera, un aumento della notorietà del paesaggio dolomitico a livello internazionale, cui si è associato però anche un accrescimento dell’effetto “icona” che va monitorato nel tempo. Si registra, altresì, tra gli effetti positivi la capacità dell’area vasta di attirare eventi, anche di carattere internazionale come le future Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 che, malgrado le criticità note [16], se ben gestiti in una logica di governance policentrica e multi-livello capace di mettere in gioco con equilibrio i diversi attori di tutti gli spazi, anche quelli intermedi, possono portare benefici diffusi e di lungo termine.

Questi aspetti della contemporaneità che interessano la relazione “paesaggio-turismo” si inquadrano dentro il più recente dibattito sulle “geografie metromontane”[17] e la relativa riflessione che mette al centro sia il tema della costruzione di network virtuosi e cooperanti tra città e montagna sia quello dei presidi territoriali, entrambi capaci di informare future politiche territoriali.
Infine gli impatti sul turismo di eventi calamitosi “visibili” che hanno pesantemente “ferito” il paesaggio -la tempesta Vaia nel 2018 (foto 23) – e di altri contingenti, “invisibili”, come l’emergenza sanitaria, hanno influenzato scelte e azioni di comunità ospitanti, operatori turistici e turisti. Il loro sopraggiungere ha messo ancora più in luce la necessità di una pianificazione territoriale che consideri il turismo una delle funzioni in un’ottica di approccio sistemico alle diverse policies.

Nel complesso, si tratta di progettare e supportare nuove modalità di abitare e produrre nei contesti montani che siano improntate su relazioni tra sistemi urbani e spazi aperti agro-forestali in uno scambio reciproco di beni, servizi, persone, competenze, idee [18].

Cominciare a ragionare in questi termini significa auspicabilmente superare la vecchia polarizzazione tra chi vede il paesaggio montano come “immensa riserva naturale per il tempo libero” e chi invece lo interpreta come “spazio della tutela ambientale ad ogni costo”.

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Note

[1] Varotto M. (2017), “L’epopea della Marmolada: dal Grand Tour a Patrimonio Unesco” in Montagne del Novecento, Cierre Edizioni, Sommacampagna (VR) p.113

[2] Altri volumi consultati per la stesura della scheda: Varotto M., & Castiglioni B (a cura di), 2021, Di chi sono le Alpi? Appartenenze politiche, economiche e culturali nel mondo alpino contemporaneo. Padova University Press; Varotto M., & Carton A. (a cura di), 2011, Marmolada, Cierre Edizioni, Sommacampagna, Verona; Varotto M.,2020, Montagne di mezzo. Una nuova geografia, Einaudi, Torino; Ferrario V., & Marzo M, La montagna che produce. Mimesis, 2020; Barbera, F.& De Rossi, A. (a cura di), 2021. Metromontagna: Un progetto per riabitare l’Italia. Donzelli Editore, Roma; Dematteis, G., & Magnaghi, A. (2021). La visione della montagna nel Manifesto di Camaldoli. Scienze del Territorio, 9.

[3] La tradizione dei viaggi e delle esplorazioni in questa area si sviluppò nel corso del XVIII secolo e si sviluppò nel secolo successivo. Il geologo francese Deodat de Dolomieux a fine Settecento definì le caratteristiche della roccia che prese il suo nome in tutta l’area. Cfr (a cura di) Zanzi, P., 2021, Déodat de Dolomieu. Curiosando tra i taccuini di viaggio e nella vita avventurosa del padre delle Dolomiti, Editore Fondazione G. Angelini-Fondazione M.G. Bernasconi, Belluno.

[4] Raccolta “Colonia Alpina San Marco” dell’Archivio fotostorico feltrino (ultimo accesso il 12 giugno 2021)

[5] Cfr. il volume monografico a cura di ISPRA Reticula, “Gestione conservativa e pianificazione delle risorse e dei territori montani”, 13/2016, (ultimo accesso il 12 giugno 2021)

[6] Per una trattazione su turismo montano e condizioni di competitività cfr. Il turismo montano in Italia. Strategie, modelli e performance (2009) a cura di Doxa, Ciset e Mercury Srl per conto dell’Osservatorio Nazionale sul Turismo

[7] Cfr. p. 126 del già citato volume di Varotto M., Montagne del Novecento.

[8] Per una trattazione sulla complessa relazione tra paesaggio e sfruttamento idroelettrico cfr. Ferrario, V., & Castiglioni, B. (2015). Il paesaggio invisibile delle transizioni energetiche. Lo sfruttamento idroelettrico del bacino del Piave. Bollettino della Società Geografica Italiana, 8, pp. 531-553.

[9] Cfr. A.A.V.V., 1963, Atti del 1° Congresso sulla problematica del Turismo Invernale. Belluno – Cortina D’Ampezzo, 28 febbraio – 3 marzo 1963, Stabilimento Grafico Castaldi, Feltre,

[10] Sulle questioni di inquadramento di economia del turismo nei contesti montani si veda Manente M., & Pechlaner H, (2002), Manuale del Turismo Montano, Edizioni Touring Club Italiano

[11] Cfr i Rapporti periodici su economia del territorio e demografia d’impresa della Camera di Commercio di Treviso e Belluno  (ultimo accesso il 12 giugno 2021)

[12] Cfr Piano di marketing territoriale. Provincia di Belluno, 2017, a cura di Center for Advanced Studies Eurac Research.

[13] Cfr. in particolare il capitolo “Tornare ad abitare” nel volume di Varotto M., Montagne di mezzo. Una nuova geografia, pp. 151-164 e il capitolo di Mambretti A., “Le popolazioni metromontane: relazioni, biografie, bisogni”, pp. 173-200 nel volume a cura di Barbera, F.e De Rossi, A., Metromontagna: Un progetto per riabitare l’Italia.

[14] Cfr. il volume di Ferrario V., & Marzo M, 2020

[15] Per tutti questi aspetti relativi il futuro delle aree montane si fa riferimento al Manifesto di Camaldoli, documento di sintesi dal Convegno “La nuova centralità della montagna” (Camaldoli, 8-9 novembre 2019), (ultimo accesso il 12 giugno 2021)

[16] Cfr La Corte S., La bolla olimpica. Illusioni, speculazioni e interessi dietro ai cinque cerchi. Mimesis Edizioni, 2020

[17] Si veda in particolare l’Introduzione. Per un progetto metromontano di Barbera F., & De Rossi A. nel già citato volume del 2021, pp. 3-26

[18] Si fa riferimento ai volumi di Ferrario V., & Marzo M., 2020 e Barbera, F., & De Rossi, A. (2021).