Aumento dei consumi e del prezzo del legname

La cessazione delle importazioni austriache, la riduzione della disponibilità di carbone fossile e le nuove necessità del fronte rilanciarono decisamente i consumi ed i prezzi del legname durante il conflitto. I nostri boschi erano però in gran parte di proprietà comunale o demaniale, sottoposti a rigidi vincoli per tutelare gli assetti idrogeologici e permettere uno sfruttamento razionale. Proprio per questi motivi l’industria del legno italiana, anche sull’arco alpino, dove pur aveva una consolidata tradizione, non era molto sviluppata: gli impianti erano di piccole dimensioni e dotati di tecnologie arretrate, mentre la mancanza di vie di comunicazione penalizzava il settore che subiva una forte concorrenza internazionale.

Ben presto anche le costose importazioni dalla Svizzera e dagli Stati Uniti si rivelarono insufficienti rispetto alle richieste interne e, sebbene i consumi legati all’edilizia si fossero ridotti, nel settembre del 1915 furono evidenti le nostre difficoltà a reperire le enormi quantità di legname necessarie al fronte per la costruzione dei baraccamenti e delle opere difensive.

Gli straordinari consumi fecero salire in breve tempo il valore commerciale del legname; tanto che nella seconda metà del 1915 i prezzi di quello importato triplicarono, mentre nelle vallate a ridosso del fronte raddoppiarono. Se inizialmente le cause dei rincari andavano ricercate nelle pressanti richieste militari, in seguito i prezzi dipesero dall’aumento dei costi di produzione, che, in virtù dei richiami alle armi e dell’esaurirsi dei boschi più vicini alle vie di comunicazione, tra il 1915 e il 1917 passarono dal 10-20% al 40-60% del prezzo finale di smercio.

Di fatto, a detta degli stessi comandi, nelle retrovie del fronte non esistevano “quotazioni regolari” del legname, ma solo “prezzi massimi”, perché il mercato subiva continue alterazioni verso l’alto a causa della concorrenza che si instaurava tra i reparti militari. Proprio per contenere i prezzi, nell’estate-autunno del 1915 l’autorità militare, mediante appositi bandi, impose in Carnia e in Cadore l’ininterrotta produzione di lavorati alle segherie, la requisizione del legname a basso prezzo e il divieto di esportazione dei materiali verso l’interno del paese. Tale prassi, frutto della situazione di emergenza ma anche dell’atteggiamento autoritario dei comandi, fu contestata dai sindaci e dagli imprenditori; le lamentele furono condivise anche da Arrigo Serpieri e da Giacomo Segala, docenti di economia agraria presso l’Istituto forestale di Firenze, che con l’avvio del conflitto erano stati aggregati nel Comitato Agrario del Segretariato Generale per gli Affari Civili, organismo dipendente dal Comando Supremo.

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